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Finalmente il Sindacato delle Venetie

Secondo i dati Eurostat, nelle Venetie si produce circa il 30% del PIL Italiano.

La produzione media Pro/Capita è oltre il 200% della media Europea.

A fronte di questo, il reddito reale disponibile dei residente è sotto la media Europea.

Questo è determinato non solo dalla mancata considerazione dei costi reali che ogni azienda e ogni lavoratore debbono affrontare, ma anche dal fatto che ogni territorio ha energie e risorse differenziate, per cui alcuni beni di primaria necessità possono costare di più in realtà sviluppate e altri in realtà meno sviluppate.

Noi consideriamo che nella determinazione sindacale dei contratti si debba tenere conto di tali costi del costo della vita per il raggiungimento nella realtà di equa quella condizione di lavoro e reditto a parità di lavoro e funzione lavorativa.

I lavoratori delle PMI ed i loro titolari sono la spina dorsale dell’economia, eppure non ricevono la giusta e necessaria attenzione delle loro esigenze e risposte a questi problemi.

Il Sindacato Nazionale Veneto vuole raccogliere la sfida di essere a tutti gli effetti il sindacato in grado di rappresentare gli interessi delel Venetie, anche offrendo quei servizi e quelle attività tipiche di un ente di servizio, saldamente inserito nel contesto istituzionale.

I lavoratori potranno presto avvalersi dei nostri servizi di consulenza, le aziende potranno migliorare le relazioni con i lavoratori, e il territorio potrà vedere finalmente valorizzate nella giusta misura le proprie energie in modo che vi sia, al di là della demagogica affermazione, una proporzione fra chi contribuisce fiscalmente e chi riceve.

Gli interessi dei lavoratori delle Venetie hanno finalmente una rappresentanza dei loro reali necessità.

Ricolfi: anche la Campania partecipa al «sacco del Nord»

venerdì, febbraio 12, 2010

«La Campania e la Puglia, come del resto l’Abruzzo, sono regioni sottofinanziate in termini di spesa pubblica discrezionale (vale a dire quella che non include la difesa, la previdenza e gli interessi sul debito pubblico, ndr). Ma al tempo stesso partecipano, eccome, al sacco del Nord. In che modo? Sprecando risorse per servizi pubblici poco efficienti e facendo registrare tassi di evasione fiscale elevatissimi». Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, ha dato alle stampe proprio nei giorni scorsi Il sacco del Nord – Saggio sulla giustizia territoriale («Guerini e associati», pagine 271, 23,5 euro). «Ogni anno — spiega il prof torinese, con cui ha collabOrato la ricercatrice Luisa Debernardi— vengono sottratti almeno 50 miliardi di euro alle regioni più produttive del Paese (a cominciare da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte). Ecco, se il federalismo vorrà essere giusto dovrà spostare molte risorse da Sud a Nord, ma non potrà ignorare che ci sono anche regioni del Nord che ricevono troppo e regioni del Sud che ricevono troppo poco».
Luca Ricolfi, 60 anni, torinese, è l’autore del libro

Insomma, il classico libro che anima — a partire dall’indovinato titolo-choc — una discussione seria e, vivaddio, capace di far uscire il dibattito sul Mezzogiorno dagli stantii confini del politicamente corretto.

Per prima cosa, il lavoro di Ricolfi introduce una «contabilità nazionale liberale» in chiara alternativa a quella ufficiale; un metodo di analisi imperniato su un prodotto interno lordo depurato dagli effetti dell’azione della pubblica amministrazione (il cosiddetto Pil market). Perdippiù, l’autore sostiene, rispondendo alla domanda si sta meglio al Nord o al Sud?, che— tenendo presente i consumi privati intermini reali, quelli pubblici effettivi e il valore economico del tempo libero — «il divario c’è, ma a favore del Nord».

Ma non finisce qui: continuando nel solco di una discussione che è già stata foriera di accese polemiche, l’editorialista de La Stampa ritiene «infondata la credenza che la povertà sia nel Sud cinque volte più diffusa che al Nord: sia i dati Istat sulla povertà assoluta, sia i dati Isae sulle famiglie in difficoltà mostrano un divario più contenuto (1,5 volte anziché 5)». Se proprio «vogliamo cercare le origini di tale divario, l’analisi dei dati rivela che esse non stanno certo nell’insufficienza del redito disponibile, bensì nella sua distribuzione ineguale e nelle inefficienze dei servizi pubblici: due fenomeni, questi, che non originano dall’esterno ma hanno radici profonde dentro la società meridionale e i suoi meccanismi di riproduzione». Ricolfi, a questo proposito, cita le parole «accorate» con cui Isaia Sales, nel 1993, in Leghisti e sudisti, «descriveva il circolo vizioso del Sud: a volte si ha l’impressione che la società meridionale abbia trovato nell’accesso ai consumi l’unica forma possibile di libertà in una realtà oppressa dalla politica e dalla criminalità. Anzi, l’oppressione della politica è tollerata proprio perché consente di accedere, per vie contorte, alla società dei consumi. Da allora sono passati quasi vent’anni e nessuno sembra aver trovato il modo di rompere quel circolo vizioso».

Scusi, professor Ricolfi, nonostante l’«alta incidenza dell’evasione fiscale e lo spreco delle risorse per servizi pubblici poco efficienti» non rasenta il controsenso dire che la Campania e la Puglia sono regioni che ricevono meno di quanto dovrebbero in termini di spesa pubblica discrezionale ma al contempo partecipano pienamente a quello che lei definisce il sacco del Nord?

«Prima di rispondere devo fare due necessarie premesse». Prego, faccia pure. «La prima: tutti i calcoli de Il sacco del Nord non si riferiscono agli enti regionali come istituzioni, bensì alle regioni come territori. Ciò significa che i saldi da noi calcolati riflettono i comportamenti di tutti i livelli di governo, compresi lo Stato centrale, le Province e i Comuni». E la seconda premessa? «La maggior parte dei dati riportati nel libro sono relativi al 2006, ultimo anno per cui si dispone di una documentazione completa. L’aggiornamento al 2007-2009 verrà condotto nei prossimi anni, ma difficilmente potrà modificare il quadro generale».

Ora può tornare al presunto controsenso iniziale?

«Certo, se io dico da un lato che regioni come la Campania e la Puglia sono tra quelle meno sussidiate e dunque sottofinanziate, e dall’altro che quelle stesse aree partecipano al sacco del Nord, può apparire effettivamente un controsenso. Ma si tratta di un equivoco che nasce dal concetto di trasferimento (di risorse): il mio modello si basa su calcoli astratti. E poggia su tre assunti: cosa succederebbe se il tasso di evasione ( fisco) fosse lo stesso in tutte le regioni del Paese? Cosa succederebbe se il tasso di spreco ( efficienza) fosse uniforme? Infine, cosa succederebbe se la spesa pubblica discrezionale ( parsimonia) fosse propozionale alla popolazione? Certo, i territori di Campania e Puglia ricevono meno soldi di quanto dovrebbero, un saldo negativo rispettivamente 756 milioni e 1,008 miliardi, ma è pur vero che le risorse vengono in buona parte sprecate. E un’area diventa debitrice rispetto al resto della Penisola se dissipa quello che riceve».

Scusi l’insistenza: può essere ancora più chiaro?

«Ribadisco: queste due regioni, sempre non intese come enti ma come territori, ricevono meno sottoforma di spesa discrezionale (la Puglia meno di tutti) ma pagano meno tasse rispetto alla media e sprecano tanto per servizi pubblici poco efficienti. La Campania rispettivamente il 6,4% ( debito fiscale) e il 4% ( debito da efficienza) del Pil market territoriale; la Puglia il 5,5% e il 4%. Mi sembra ovvio, dunque, che se tutti pagassero le tasse nella stessa misura, il Nord disporrebbe di più risorse. In più, con un grado di efficienza omogeneo a livello nazionale, in tutto il Sud costerebbee assai meno produrre gli stessi servizi attualmente erogati. Ne consegue che potrebbero bastare molte meno risorse rispetto a quelle che comunque arrivano dal Nord».

In termini assoluti quanto potrebbero costare di meno i servizi pubblici attualmente erogati?

«Come riportato dalle tabelle extralibro che vi ho fornito, 3,1 miliardi circa in Campania e 2,2 in Puglia».

Professore, lei descrive un Sud che saccheggia il Nord. Non le sembra, visto anche il periodo elettorale, un ottimo «manifesto leghista»?

«Guardi che io sono di sinistra. Se fossi un federalista di orientemaento leghista affermerei che la spesa pubblica cui un territorio ha diritto deve essere proporzionale al reddito che produce. Dunque, solidarietà zero. Altra cosa, invece, è sollecitare una svolta federale in cui la spesa pubblica sia proporzionale alla popolazione che risiede in un dato territorio. Dunque, un’ipotesi, la mia, di solidarietà massima». Quindi come si definisce? «Un federalista solidarista puro». E come valuta la riforma targata Calderoli?

«Non va bene. Nonostante vi siano regioni meridionali, Sicilia e Sardegna su tutte, che assorbono troppe risorse anche rapportando le stesse alla popolazione, il testo di Calderoli a mio parere danneggia il Sud». Perché? «Perché non è pienamente solidarista. Nel senso che è tale solo sui servizi fondamentali, mentre lo è meno su altre voci che ritengo comunque importanti. Ma soprattutto nella legge Calderoli manca un meccanismo che costringa i territori inefficienti ad aumentare la produttività, erogando più servizi e quindi migliorando il tenore di vita dei cittadini».

Certo, però, dire che al «Nord si sta peggio che al Sud»… Ma se lei stesso afferma che qui, per prima cosa, abbiamo servizi pubblici poco efficienti…

«Io ho affermato che il tenore di vita è migliore al Sud se si tiene conto del valore economico delle ore non lavorate. E se pure non si tiene conto di questa variabile il divario, stavolta a vantaggio del Nord, è comunque molto minore rispetto al consolidato statistico ufficiale (14% contro il 40%). Detto questo, non abbiamo confrontato il benessere personale e tanto meno la felicità degli abitanti. Per tenore di vita intendiamo la condizione economico-sociale dei res i d e n t i di un’area indipendentemente da ogni valutazione etico-politica sulla qualità della loro vita sociale».

Ma lei ci verrebbe a vivere al Sud?

«Premesso che negli anni Settanta ho lavorato lungamente a Napoli, occupandomi di ricerche industriali per una società del professor Luciano Gallino, penso che il Sud possa offrire tanto. Per esempio, e non è cosa di poco conto, non ci sono i ritmi esasperati del Nord; poi c’è un clima diverso e migliore e c’è anche, forse soprattutto, il mare. Certo ci sono, lo ripeto, servizi pubblici sicuramente più scadenti rispetto al Nord, ma io in una città come Cagliari ci vivrei volentieri».

Da uomo di sinistra come giudica la lunga esperienza di Antonio Bassolino governatore della Campania?

«Purtroppo non ho un giudizio positivo. E mi fermo qui».

E che pensa della sfida elettorale per la sua successione tra il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca e l’ex ministro Stefano Caldoro?

«Penso che chiunque vincerà avrà un compito difficile. Quanto a De Luca mi ha favorevolmente impressionato nel corso di una recente trasmissione radiofonica alla quale abbiamo partecipato insieme con il sindaco di Verona, Flavio Tosi». Cosa l’ha colpita di De Luca? «L’aver accettato una sfida coraggiosa, vale a dire discutere partendo dal presupposto che non è questione di Nord o Sud ma di buon governo. Mi sembra uno che non si ferma di fronte all’assunto che, spesso, chi governa ha le mani legate».
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(di Paolo Grassi da il Corriere del Mezzogiorno)

Le Regioni autonome tra spese e privilegi: ecco chi fa e chi disfa

Sorpresa, record di uscite in Valle d’Aosta: 8.744 euro per abitante Nelle isole per scuola e giustizia sprecato oltre il 50% delle risorse. Nessuna delle cinque amministrazioni risulta in attivo. Le differenze sono però abissali. In Sicilia gli assessori costano il quadruplo che in Lombardia

Tre al Nord, due al Sud; unite dai privilegi. E dai miliardi. Tanti miliardi. Da sempre le cinque Regioni a statuto speciale se la cavano egregiamente. Vecchia storia, che suscita non poche invidie tra i contribuenti delle Regioni ordinarie. Vecchia, ma in gran parte inesplorata. Quanto ci costano davvero? E come spendono i fondi? Il viaggio nei conti di Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna inizia con una sorpresa.
CHI SPENDE DI PIÙ?
È opinione condivisa, anche se non sempre gradita, che il Nord mantenga il Sud. Il che è vero per l’Italia nel suo insieme, ma esaminando solo le cinque Regioni a statuto speciale, emerge un quadro alquanto diverso. Qual è la Regione con la spesa pubblica pro capite più elevata? Secondo i calcoli dal Centro Studi Unioncamere del Veneto riferiti a bilanci del 2009, il poco onorevole primato spetta alla Valle d’Aosta con 8.744 euro. Al secondo posto il Trentino-Alto Adige con 5.830 euro, poi il Friuli-Venezia Giulia con 4.481 euro, quarta la Sardegna con 3.723, ultima la Sicilia che con 3.163 euro spende mediamente per ogni cittadino, meno di tutte le altre.
Possibile? Sì. Il sociologo Luca Ricolfi conferma. Elaborando i dati del 2006 con il criterio della spesa discrezionale, la graduatoria risulta analoga. Dunque: la Sicilia è la regione meno assistita. In teoria, la realtà è diversa. Molto diversa.
ENTRATE E DISAVANZI
Per scattare una fotografia più nitida, la spesa da sola non basta; bisogna considerare anche le entrate e dunque il cosiddetto residuo fiscale. Gergo strano, quello degli economisti, e non di immediata comprensione. Il residuo fiscale è semplicemente la differenza fra tutte le entrate (fiscali e di altra natura) che le amministrazioni pubbliche prelevano e le risorse che spendono in un determinato territorio. La ricerca più recente è quella della Cgia di Mestre.
Premessa: nessuna delle cinque Regioni è in attivo. Sebbene possano trattenere gran parte delle imposte raccolte e godano di una spiccata autonomia legislativa, sono tutte in rosso. Ma con differenze sostanziali. Al primo gruppo appartengono Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Aldo Adige con un deficit pro capite attorno ai 2mila euro; le altre sfondano quota 4mila con il primato negativo della Valle d’Aosta che sfiora i 5mila euro. Un altro duro colpo alla reputazione dei valdostani.
Eppure considerando le cifre assolute il quadro cambia ancora. Il deficit della Valle D’Aosta risulta di appena 617 milioni di euro, quello della Sicilia di quasi 22 miliardi, la Sardegna segna 7 miliardi, le altre due regioni si limitano a rossi di due miliardi ciascuna. Dunque, riepilogando: le tre regioni settentrionali costano alla collettività 4,8 miliardi, le due del sud ben 28,8 miliardi.
Un abisso, che fa riflettere. E che ribalta il responso della prima tappa. La Sardegna da sola genera un deficit che è una volta e mezzo quello delle tre regioni del Nord, la Sicilia addirittura quattro volte e mezzo. E non è finita qui.
IL VERO SPRECO
Luca Ricolfi è piemontese. I suoi modi sono garbati, l’eloquio è raffinato, ma il suo spirito è libero. Contrariamente a molti accademici non cerca di seguire l’onda, né di assecondare il pensiero dominante; ma va a verificare, di persona, dati e situazioni. Nel bel saggio Il sacco del Nord (Guerini e associati editore), il sociologo ha indossato anche i panni dell’economista, con risultati sorprendenti.

«Il residuo fiscale indica quanto di spende, ma non come si spende», dichiara al Giornale. Ovvero: i fondi generosamente elargiti dallo Stato centrale sono usati per arricchire il territorio o finiscono nel nulla? Il responso di Ricolfi è netto: «Il livello della spesa pubblica delle tre Regioni a statuto speciale del nord è eccessivo, ma i risultati che ottengono sono spesso eccellenti». Qualche esempio: la Giustizia civile di Bolzano è la più efficiente d’Italia e ogni anno contende il primato a Torino. I livelli scolastici del Friuli o del Trentino sono ottimi, ben sopra gli standard europei. Insomma, molto spesso c’è un ritorno sul territorio, a beneficio, diretto o indiretto, del cittadino, confermato dai dati sulla ricchezza personale. Le tre Regioni del Nord registrano redditi pro capite di circa 23 mila euro, oltre la media della Ue. E sperperano poco.
Il sociologo torinese ha esaminato le voci che riguardano sanità, scuola, giustizia civile e sistema carcerario, che rappresentano il 75 per cento della spesa complessiva. Nelle tre Regioni settentrionali il tasso medio di spreco è molto basso, inferiore al 15 per cento.
Nel Mezzogiorno è un’altra storia. Il livello di spesa di Sicilia e Sardegna è accompagnato da un pessimo utilizzo delle risorse finanziari. In queste due regioni il tasso di spreco è superiore al 50 per cento. Dunque, i servizi pubblici costano molto e rendono poco, meno della metà di quanto dovrebbero. I redditi pro capite crollano sotto i 14mila euro.
Se si considera l’evasione fiscale, il contesto diventa ancora più fosco. Ricolfi definisce l’intensità dell’evasione (contributiva e fiscale) come il rapporto tra gettito evaso e gettito proveniente da redditi occultabili (praticamente tutti eccetto le pensioni e gli stipendi pubblici). Seguendo questo criterio il Friuli-Venezia Giulia è la regione più virtuosa con un’intensità di evasione pari al 24,7%, seguita dal Trentino-Alto Adige con il 26,2% e la Valle d’Aosta con il 27,6%. Poi si apre una voragine: la Sardegna è al 51,3%, la Sicilia al 63,4%. Dunque, a Cagliari e dintorni solo un cittadino (o un’azienda) su due pagano il dovuto al fisco, a Palermo meno di quattro su dieci.
E tutto torna. Anche a statuto speciale, e dunque privilegiate rispetto a quelle ordinarie, le Regioni del Nord sono di gran lunga più efficienti e trasparenti di quelle del Sud. Rendono di più e costano, in assoluto, di meno.
(Fonte: ilgiornale.it)